alla fine il verbo

È morto ieri all’età di 90 anni George Steiner, una delle più significative voci del Novecento letterario e culturale.

A George Steiner, qualche tempo fa, avevo dedicato un saggio, dopo mesi di immersione quasi cieca nei suoi bellissimi libri, che sono stati per me la scoperta di una scrittura che può creare con le idee; che può disporre gli oggetti e i fatti della cultura in una trama concettuale.

To make a long story short: Steiner ha visto e interrogato la fine di quella che chiamava la «civiltà del libro», e ha deciso di prenderla interamente su di sé, di ricostruire dentro la propria scrittura tutto il sapere creato attraverso i secoli tra Atene e Gerusalemme.

Ha anche scritto un romanzo bellissimo, Il correttore: la storia di un impeccabile correttore di bozze – nella cui figura però pare sia cifrato Sebastiano Timpanaro – ostinatamente convinto che il mondo possa essere corretto, emendato, proprio come si corregge un testo; e che ogni refuso sanato, ogni lettera e ogni virgola rimesse al proprio posto, contribuiscono in modo decisivo ad arginare il caos.

«L’Apostolo ci dice che in principio era il Verbo. Non ci dice nulla per quanto riguarda la fine», ha scritto Steiner introducendo uno dei suoi libri più belli e interrogativi, Linguaggio e silenzio. Dopo la sua morte, la sentenza sembra ancora più significativa, ma anche più fondato sembra l’azzardo della risposta: dopo la fine, sono ancora le parole tutto ciò che ci resta.