non restare chiuso qui

Ecco come finisce l’articolo pubblicato su cheFare in cui ho provato a mettere ordine nella confusione dei pensieri in quarantena. 

Servirebbe un pensiero in grado di comprendere in che modo il distanziamento sociale, un comportamento contro-intuitivo per la nostra specie, snatura l’umano e tutte le sue dinamiche di funzionamento; in che modo potrebbe ridare forma ai nostri corpi e ai nostri cervelli, alterare i nostri circuiti emotivi.

Servirebbe un pensiero politico in grado di risalire la catena delle responsabilità che hanno reso i nostri sistemi politici e sociali così vulnerabili alle epidemie, esponendo a tal punto le nostre vite. E di comprendere come la retorica dell’unità nazionale e l’inquietante metaforica bellica che rimbalza un po’ ovunque sono – oltre che strumenti dell’emergenza – anche modalità per occultare le tracce di quelle responsabilità, e responsabilizzare l’individuo a protezione del sistema.

Servirebbe, quindi, un pensiero in grado di ripensare la democrazia, a partire dalla sua fragilità, e addirittura dalla sua inefficienza nei momenti di crisi.

Servirebbe, nel momento di massima identificazione tra isolamento individuale e isolamento delle comunità, un pensiero in grado di affermare la necessità della cooperazione, di ripensare l’interazione e il sostegno reciproco proprio nel reciproco distanziamento, come ha suggerito Harari in un’intervista.

Servirebbe un pensiero in grado di integrare le conoscenze scientifiche necessarie non solo alla comprensione dell’epidemia, ma alla comprensione della trasformazione ecologica che necessariamente dovremo affrontare per proiettare i nostri sistemi di vita al di là del virus, e dentro l’emergenza climatica della quale il virus probabilmente è solo una delle componenti.

Servirebbe, infine, un pensiero davvero in grado di pensare la libertà, non nei termini assoluti e romantici in cui l’abbiamo pensata fino a ieri, ma proprio dentro l’intricatissima rete di determinazioni in cui l’abbiamo scoperta impigliata oggi, per effetto della quale attraverso il veicolo della reciprocità viaggiano tanto il contagio quanto il suo antidoto.

Sono tutti pensieri letteralmente impensabili restando chiusi dentro le forme mentali con le quali abbiamo pensato finora. Se non ci liberiamo di quelle, difficilmente usciremo dal confinamento delle nostre idee, che alla lunga si rivelerà il più distruttivo.

la parola all’esperto

In un videoforum del quotidiano la Repubblica lo scrittore Alessandro Baricco ha detto che un’emergenza come quella che il mondo sta vivendo a causa della diffusione del virus Covid19 ha l’effetto paradossale di ripristinare la fiducia negli “esperti”, dopo anni di feroce delegittimazione dei saperi specialistici.

A dargli manforte è arrivato il video di un passaggio della conferenza stampa di Jurgen Klopp, allenatore del Liverpool, che ha sgridato i giornalisti: non serve a niente che un allenatore di calcio dica cosa pensa del virus, devono essere persone più intelligenti e competenti a parlare. Tra l’altro con questa severa dichiarazione anche Klopp ha innescato un paradosso: proprio mentre affermava di non essere titolato a parlare, si dimostrava più lucido di tanti commentatori, e mostrava che anche una voce resa autorevole da qualcosa che “non c’entra niente” può diventare un sistema di diffusione di buone pratiche e pensieri non tossici.  

Il problema però, come spiega un bell’articolo di CheFare sulla possibilità di armonizzare competenze e processi democratici, è come fare a definire che cos’è un esperto, e come fare a trovare l’esperto giusto al momento giusto nel posto giusto. Un medico è l’esperto giusto per fare il Ministro della Salute? Non gli mancheranno competenze tecniche sul governo e la gestione delle istituzioni? Baricco, con la sua fissazione per lo storytelling, diceva che un esperto è qualcuno capace di organizzare, a partire da competenze specifiche, un racconto convincente sul mondo. Come sempre capita con Baricco: se non del tutto giusto, quasi niente sbagliato.

«La scienza non è democratica» è il brutto slogan di un esperto molto meno immune di quanto non creda al virus (ancora!) della semplificazione emotiva e della polarizzazione spettacolare del dibattito pubblico. Eppure è vero che l’iniezione di competenze avanzate nei processi di gestione della società diventa molto più facile in contesti a bassa intensità democratica: in Cina l’investimento in ricerca scientifica e sviluppo tecnologico è complanare a un’evoluzione tecnocratica della politica. Ovvero: mentre restituisce prestigio sociale agli esperti, e presenta l’avanzamento delle competenze come un fattore di interesse collettivo, il governo cinese impone anche un (ulteriore) restringimento della partecipazione ai processi decisionali, che vengono “restituiti” agli esperti e solo a loro.

«Parlino gli esperti» è il mantra narrativo del momento: ma se l’allenamento al confronto con i saperi e le conoscenze non viaggia nel tessuto sociale come un anticorpo permanente – pazzesco come in questo momento sembrino funzionare bene tutte le metafore mediche -, il ricorso emergenziale alle “competenze” rischia di fare più confusione che altro. E rischia anche di fare in modo che gli esperti si innamorino dello stato d’emergenza, perché è l’unico nel quale gli si dà ascolto.

Oracles

I participated in the organisation of the project Oracoli. Saperi e pregiudizi al tempo dell’Intelligenza Artificiale, designed by the publisher Luca Sossella Editore with Emilia Romagna Teatro Fondazione and Unipol Gruppo. It is a series of lectures on the philosophical, historical, social, ethical and economic challenges connected to the emergence of artificial intelligence. I designed and edited a journal describing the project and expanding the reflection around the main issues it will address.

I also published an article in the online magazine CheFare, Oracoli’s partner, discussing how literature over time diversely imagined possible extensions, evolutions, empowerments and re-creations of the human mind and body.  Continue reading “Oracles”