riderci addosso

Dopo aver dedicato un fortunato libro alla mappatura delle emozioni umane, la storica Tiffani Watt-Smith ha scritto un libro sulla Schadenfreude, ovvero quel sottile e disturbante sentimento di gioia, soddisfazione, sollievo, che proviamo di fronte alle disgrazie altrui.

Scrivendo dettagliatamente del libro per cheFare, ho ipotizzato che la Schadenfreude non sia soltanto un residuo dell’atomo di malignità che persiste nel fondo del cuore umano e resiste a tutti i processi di civilizzazione, ma anche il sintomo di un “disagio della civiltà”.

Pur non essendo una negazione aperta e meditata dell’individualismo, la Schadenfraude funziona quasi come un bug della società individualista, un errore di funzionamento, e segnala, seppure in forme inconsapevoli, l’attrazione verso modalità di esistenza diverse, la nostalgia per un mondo in cui la distanza tra gli individui era minore.

Una nostalgia che può diventare anche la promessa di una società a venire, in cui la nozione stessa di individuo potrebbe essere sfumata e meno determinante, e le monadi umane potrebbero tornare a fondersi in entità sovraindividuali, a ricompattarsi in configurazioni collettive, sul modello dello sciame o del formicaio, che funzionano attraverso la coordinazione, l’interazione, l’osservazione reciproca, e la distribuzione dell’intelligenza, il trasferimento dell’intelligenza dall’individuo al gruppo.

La Schadenfraude dunque è un’emozione che registra allo stesso tempo una necessità antica, e una potenzialità attuale, un passato atavico e il futuro che prende forma: analogamente a quella dei primi gruppi umani – che traevano forza dall’unione e potevano sopravvivere solo organizzandosi in branchi – la nostra esistenza è completamente interconnessa, abbiamo bisogno di una continua verifica reciproca, del confronto con il movimento degli altri, di misurare i nostri passi sull’andamento di chi ci è vicino.

Stiamo tornando a vivere in branchi, complessissimi branchi virtuali, e come quando vivevamo in branchi abbiamo bisogno che gli altri non si allontanino troppo, che dimostrino di somigliarci, e siamo contenti quando la vita li respinge indietro verso il gruppo, quando gli ricorda che continuano, come noi, ad avere bisogno della protezione del branco.

Quando l’individualismo porta qualcuno a sbagliare ridiamo di lui perché siamo sollevati dal fatto di sentirlo più vicino, più simile. La risata della Schadenfraude ha anche una funzione educativa, pedagogica: mostrando all’altro il suo errore, immagina di poterlo salvare da sé stesso, di poterlo sottrarre alla sua hybris, alla sua presunzione – completamente infondata – di potersela cavare da solo.

La Schadenfraude è anche un sintomo del nostro malessere nei confronti dell’individualismo. La sua ambiguità, la sua azione disturbante e il disagio che ci provoca sapere di provarla, rileva una impraticabilità, l’esistenza di un ostacolo strutturale che ci impedisce di trasformare lo scherno in empatia, la derisione in compassione; segnala il funzionamento perverso di un’organizzazione sociale che ci vuole ancora separati e concorrenti, anziché alleati e complici. Ma allo stesso tempo indica una possibilità, una potenzialità trasformativa che è lì a portata di mano: quando ridiamo perché l’altro non ce l’ha fatta siamo a un passo dal pensiero di potercela fare insieme.

 

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